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La Nostra Critica
Il mito: città e cittadini. Una grammatica della mitologia sociale di Filippo Porcelli. PDF Stampa E-mail

Il mito: città e cittadini.

Una grammatica della mitologia sociale di Filippo Porcelli.

"Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro. " Genesi, 2  1,4.

Infine, nel settimo giorno, l'Uomo creerà la televisione.

La Genesi raccontava così "Quando eravamo il futuro". Da questo racconto nasce il lavoro di Filippo Porcelli. E non di una religione si parla, bensì di una mitologia, come quella che precede ogni religione e insegna l'esistenza di un Dio e di un Uomo.

L'immagine amniotica, l'assoluta cifra dell'arte, è lo strumento unico del mito futuro del quale Porcelli individua grammatica e sintassi.

Ebbene, mentre i primi della terra, nati dal caos primordiale, furono privi di senso e di segni, oggi noi, nati dall'ordine sociale, siamo saturi di segnali e di comunicazioni. I segni visivi e sonori sono ovunque, in un continuo sovrapporsi di creatività non risolte che finiscono, tutte, nel grande calderone del caos, definito perfettamente da Gillo Dolfres come Horror pleni. L'immagine cessa di essere solo una descrizione e diventa simbolo capace di caricarsi di significati universali e avveniristici, che si comunicano in maniera sempre più autonoma. Sorge evidentemente la necessità di avere una grammatica per leggerli, un poter   discorrere in maniera razionale e strutturata del racconto/mito.

Le narrazioni che compongono questa nuova mitologia sociale non sono altro che il vasto repertorio di esperienze e di memorie personali e collettive, della loro dilatazione sonora e visiva intenta a rappresentare l'origine del popolo privilegiato, non più quello che fu, la divinità, ma quello che sarà, l'umanità.

Osserviamo il lavoro di Porcelli.

Nel fiume di immagini e suoni, teoricamente immateriale, la proiezione si trasforma in esercizio di meditazione. I frammenti di vita che investono la nostra percezione sembrano irreali, poetici o drammatici, a causa di una coercizione visiva indotta dal collage tecnicamente perfetto della narrazione (tele) visiva. Introdotto il primo termine puramente artistico, collage, vogliamo specificare come questa analisi parte e si sviluppa nella ferma convinzione che video, film, mediometragggo o qualunque altra etichetta posta a definire il lavoro di Filippo Porcelli, a nostro avviso è restrittiva e insufficiente. Il cinema è autoritario, obbliga una fruizione unilaterale e contempla sempre uno schema di inizio e di fine. Il video è dinamico e poliedrico, scorre a loop e contiene un'apertura temporale.  Ma quale definizione può assumere  il lavoro che contiene le caratteristiche di entrambi  generi mediatici?

Da quando, nel 1968, Nam Jun Paik formalizzò il termine "video-arte" per definire la nascita della electronic art, si susseguirono nella storia del arte numerose tendenze, tutte legate al medium tecnologico: installazioni, video-installazioni, installazioni interattive, video scultura, video-ambienti, performance, cortometraggi, e, talvolta, lungometraggi d'arte, arte digitale, video poesia, poesia elettronica etc.

Con gli anni '60-'70 il medium, sdoganato da Marshal McLuhan, diventa il messaggio, diventa tutto.  L'arte, nella sua nuova follia iconoclasta, è pronta ad assumere ogni aspetto e negare ogni regola.

Queste poche parole di storia ci permettono di avvicinare la ricerca di Filippo Porcelli di un nuovo linguaggio con una nuova sintassi allo schema mitologico, che non è altro che la grammatica  della cultura e, di conseguenza, dell'arte. Un'azione culturale, quindi, che produce arte.

Porcelli attinge non solo dal cassetto dell'immaginario, come ogni artista, ma anche e soprattutto dall'immenso repertorio del reale. Le immagini, a volte policrome e poetiche, ci trasportano in dimensioni metafisiche, da sogno, per provocare, dopo, bruschi risvegli con gli scorci del brutto che ci circonda. L'uomo, in quanto animale sociale, è facilmente manipolabile tramite le proprie sicurezze e paure, così personali e così collettive.  Porcelli, con la semplicità e l'immediatezza della pennellata, collauda le scene dei suoi quadri videati che non rappresentano più il mondo, con o senza mimesi, ma lo proiettano in diretta. Lo spettatore non è invitato a riconoscersi o a rispecchiarsi nel lavoro, non gli è chiesto di concentrasi per  cogliere un concetto velato, non lo si coinvolge in una reazione impulsiva. Chi fruisce i lavori di Porcelli, è perché è già dentro di essi.

Ricordiamo che tutto è riferito al mondo fenomenico, niente è inventato, ma tutto è combinato. E' qui che sta il gesto creativo, non soltanto nel sapiente montaggio o nella ripresa, quanto nella selezione di frammenti audio e video creati da altri. Ci troviamo, dunque, davanti a una specie di gioco Dada con dei ready-made oppure davanti a un opera d'arte partecipata? Entrambe; se il gesto creativo sta nella capacità di riconoscere e sfruttare i segni rivelatori che trasformano in simboli le immagini e, di conseguenza, coordinarli in strutture narrative, allora il regista diventa artista in quanto sia artefice/costruttore che ideatore di un nuovo linguaggio espressivo. Si tratta di una scrittura creativa che contiene nella sua grammatica video, televisione, cinema, letteratura, pubblicità, arte visiva e dunque, una molteplicità di espressioni artistiche. E' questo il fatto che ci ha spinti ad affermare, all'inizio di questa analisi su Porcelli, che non di semplice video-arte si tratta ma di un sistema che accomuna e disciplina diverse espressioni culturali dell'immaginario umano; i diversi miti dell'homo laicus, costruendo la mitologia sociale del contemporaneo.

"Quando eravamo il futuro" è uno dei lavori più corposi e completi di Porcelli. Le immagini come simboli, come colori rimangono in secondo piano e da esse emerge l'uomo, le sue azioni, il suo modo di essere. Di ognuno? Sì, ognuno è chiamato a partecipare, partecipa, ha partecipato, consciamente o no , in quanto  il progetto è "arte attivo", aperto a partecipazioni, interazioni, pro e post azioni. Si partecipa fornendo un video, si interagisce con l'esposizione (per non chiamarla proiezione) e quindi si agisce, prima, riprendendo il video, o dopo, percependo la proiezione, per la creazione dell'opera. L'intento è di creare un repertorio universale, un vocabolario in continuo aggiornamento delle voci che sono le immagini e i suoni che abbiamo voluto immortalare (registrare) tramite una protesi tecnologica del nostro occhio e della nostra mente, la macchina da presa.  In questo contesto d’insieme dei trattamenti metaforici e tecnici del video si converge su un punto: quello della definizione di contenuti e problematiche che attivino una riflessione bilaterale, del fare e del fruire,  sull'arte in relazione con i  canali dei “media” e delle tecnologie in generale.

Seguendo il pensiero di Marshall McLuhan, interattività, tattilità e tridimensionalità sono le caratteristiche intrinseche dell’immagine video e digitale nella sua relazione con il pubblico. L’interazione, lo scambio, il feedback concreto, visivo ed emotivo, dovrebbe quindi diventare per l’arte un nuovo meccanismo di indagine e di ricerca. Il lavoro di Porcelli riflette sul consumo dell'immagine e sull'installazione planetaria formata dalla presenza, in ogni casa, di un oggetto come la televisione. Ma esso è solo il pretesto di un futuro che sarà scelto, non solo immaginato, ma dimostrato, raccontato tramite la nuova scrittura della realtà registrata.

L'insegnamento di un linguaggio contiene l'apprendimento del vocabolario, della grammatica, della sintassi e della loro applicazione nella composizione delle frasi. Una serie di lavori di Filippo Porcelli nominata "BE POP", è esemplare in questo senso, in quanto composto da frame o poster cinematografici "corretti" da inserimenti di immagini apparentemente "estranee". Se il lavoro dell'artista è intento ad illustrare ed insegnare un nuovo linguaggio tramite immagini in movimento, i segni della scrittura non sono altro che i fotogrammi, catturati dal filmato, o direttamente dei poster pubblicitari, che non sono altro che la concentrazione, in una sola immagine, dell'intero racconto. Una volta acquisite le parole/immagini, l'artista procede a strutturarle grammaticalmente tramite declinazioni, congiunzioni e tempi, ovvero inserti visivi che condizionano e cambiano radicalmente il significato della rappresentazione. Come il BEBOP rivoluzionò il jazz con le sue elaborazioni armoniche innovative, cosi il BEPOP libera l'interpretazione dell'immagine da ogni vincolo percettivo.

Denitza Nekova

 
JESUS-CHRIST 2°° edizione PDF Stampa E-mail
 

L'immagine di Cristo o il suo relitto? la domanda sorge spontanea davanti ai lavori di Loreno Ricci, ospitati da galleria Studio Vetusta a Modena. E' Gesù Cristo, ma dove è la sua testa? E un uomo, ma perche ha i seni? Siamo davanti al relitto del naufragio della fede oppure davanti alla ricostruzione della stessa dai propri resti?

Questo sistema di contrasti e contraddizioni ingloba anche il titolo della personale, "Jesus - Christ", che sembra familiare e suona nelle orecchie come un musical newyorkese. Il divino diventa divismo? O è la solita apparenza che inganna, ma nel suo semplicismo non nasconde l'intento di conciliare il vicino con l'inavvicinabile. A queste domande "spontanee" la risposta dell'artista è:

"Parlo di un Dio un po' più Dio,un po' più terreno" afferma Ricci.

Nella base dei suoi lavori, noti come crocefissi, sta proprio la radicale rivisitazione del concetto di divinità nella sua connotazione cattolica, la più conosciuta e la più condivisa. Lo indica la stessa scelta formale, essenziale e realizzata con soli due elementi costruttivi.

Il primo, inevitabilmente è la croce. La croce ,il simbolo universale della terra, indica il la vita e quindi la more umana del Figlio di Dio sulla terra, ma dunque il amore nell'scarificato per l'umanità. Dal essa è estrapolata, però, unicamente l'asse centrale sulla quale poggiava il corpo di Cristo. Il colore nero e il materiale organico, il legno, dell'asse evocano la durezza della sofferenza e l'oscurità della morte. Ma questa si esaurisce nell'essere solo una interpretazione religiosa. Si vuole insistere , invece, sopratutto su quella ontologica che vede l'asse come un appoggio dato dalla terra , un legame con essa, un centro che permette di tenere la schiena diritta e lo sguardo alto.

Su questa base solida è pronto a manifestarsi il secondo elemento delle sculture, il gesso:" Il gesso è un materiale fedele che riproduce perfettamente, permette di fermare l'attimo." ribadisce Loreno Ricci. La scelta concettuale cade proprio sulla pietrificazione di attimi, momenti molto intimi e personali di ogni uomo, Cristo incluso. Cosi sulla croce si posano un petto bianco, due mani bianche, un sesso bianco, due piedi bianchi. Sono queste le parti che l'arista considera i più importanti del corpo umano e le carica del brillante colore della purezza . Il petto custodisce il cuore dell'essere. Le mani lo esprimono. Il sesso lo riproduce. I piedi lo reggono sulla terra. Sono tutti elementi umani e sono tutti presenti nel corpo di Cristo. Ricci sceglie di togliere i veli. Tutti quelli veli e drappi con in quali l'arte classica ha sempre protetto, o meglio, nascosto e negato la parte umana di Gesù. Non si vuole finire in considerazioni teologiche, ma si vuole sottolineare il singolare punto di vista dell'artista, intento a umanizzare completamente la natura divina. In quest'ottica si iscrivono perfettamente i gesti rappresentati dei arti di gesso. Il petto è rigonfio d'aria, congelato in un fiato trattenuto. Le mani sono ferme in una stretta di saluto, oppure in momento di masturbare il pene eretto. I piedi sono sollevati dalla terra un attimo prima di toccarla. Queste caratteristiche caricano il lavori di tensione, accentuata dal radicale contrasto tra la base nera e gli oggetti bianchi che ospita. La sensazione di qualcosa che sta per accadere o è già accaduto dona un singolare dinamismo e vibrazione alle opere, nei quali Ricci iscrive il proprio modo di sentire la Divinità.

Una Divinità che ha perso la sua posizione privilegiata, celeste, irraggiungibile per rivelarsi tramite l'unico elemento umano della propria natura: il corpo. Un corpo frammentato, acefalo che nel solo atto di respirare, di sollevarsi sulla punta dei piedi, di estasiarsi nel piacere sessuale raggiunge e da atto alla propria divinizzazione.

Il risultato è una interpretazione al quanto divergente, ma non per questo eretica della crocifissione. Al contrario, è la confessione intima dell'artista della propria fede. Dunque, l'impossibilità fisica della morte nella mente di un vivo , per dirla con Damien Hirst.

Nominato il grande artista britannico, si vuole indicare un collegamento per la frantumazione del corpo e l'argomento cristologico, non solo con la sua arte ma anche quello che può essere un Michael Joo o Cattelan.

Dal punto di vista formale la scelta dei materiali e l'esposizione delle "installazioni" (pare più appropriato di "sculture") avvicina a certe soluzioni dell'Arte Povera e, in specifico, si pensa a Giuseppe Penone e Giovanni Anslemo per quanto riguarda il materiale organico. Per i calchi di gesso si ricollega a Giulio Paolini e ancora Penone.

Un arte, quella di Loreno Ricci, che, lontana da ogni formazione accademica e maestria artigianale, interpreta la religione "a modo suo", prettamente artistico, che migra tra installazione, manifestazione, preghiera e scultura.

 

Denitza Nedkova

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Presidente Paolo Insolera

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Denitza Nedkova ci introduce alla mostra personale di Loreno Ricci PDF Stampa E-mail

Il terzo evento che Case Aperte dedica ad Arte Fiera Off 2010 è per il quale apre gli spazi della sua nuova galleria Ca gallery è singolare è ricercato come gli altri due. Dopo due collettive, Paolo Insolera culmina la presenza di Case Aperte all'Arte Fiera con la personale dello scultore bolognese Loreno Ricc i "Jesus - Christ".

Il titolo "Jesus - Christ "sembra familiare e suona nelle orecchie come un musucal newyuorkese. Chiaramente l'apparenza inganna, ma non nasconde l'intento di rendere vicino qualcosa di inavvicinabile , di rendere più umano qualcosa di divino:

"Parlo di un Dio un po' più Dio,un po' più terreno" afferma Ricci stesso. E nella base dei suoi lavori, noti come crocefissi, sta proprio la radicale rivisitazione del concetto di divinità nella sua connotazione cattolica, la più conosciuta e la più condivisa.

La scelta formale è essenziale, di soli due elementi costruttivi. Il primo, inevitabilmente è la croce. Dal essa è estrapolata, però, unicamente l'asse centrale sulla quale poggiava il corpo di Cristo. La croce ,il simbolo universale della terra, indica il la vita e quindi la more umana del Figlio di Dio sulla terra, ma dunque il amore nell'scarificato per l'umanità. In questo senso il colore nero e il materiale organico, il legno, dell'asse evocano la durezza della sofferenza e il buio nella morte. Ma questa si esaurisce ad essere solo una interpretazione religiosa. Si vuole insistere , invece, sopratutto su quella cristologica che vede l'asse come un appoggio dato dalla terra , un legame con essa, un centro che permette di tenere la schiena diritta e lo sguardo alto.

Su questa base solida è pronto a manifestarsi il secondo elemento delle sculture, il gesso:" Il gesso è un materiale fedele che riproduce perfettamente, permette di fermare l'attimo." ribadisce Loreno Ricci. La sua scelta stilistica cade proprio sulla pietrificazione di attimi, momenti molto intimi e personali che ha ogni uomo, Cristo incluso. Cosi sulla croce di posano un petto bianco, due mani bianche, un sesso bianco, due piedi bianchi. Sono queste le parti che l'arista considera i più importanti del corpo umano e le carica da brillante colore della purezza . Il petto custodisce il cuore dell'essere. Le mani lo esprimono. Il sesso lo riproduce. I piedi lo legano alla terra. Sono tutti elementi umani e tutti presenti nel corpo di Cristo. Ricci sceglie di togliere i veli. Tutti quelli veli e drappi con in quali l'arte classica ha sempre protetto, o meglio, nascosto e negato la parte umana di Jesù. Non si vuole finire in considerazioni teologiche, ma si vuole sottolineare il singolare punto di vista dell'artista. In quest'ottica si iscrivono perfettamente i gesti rappresentati dei arti di gesso. Il petto è rigonfio d'aria, congelato in un fiato trattenuto. Le mani sono ferme in una stretta di saluti, oppure in momento di masturbare il pene eretto. I piedi sono sollevati dalla terra un attimo prima di toccarla. Queste caratteristiche caricano il lavori di una forte tensione, accentuata dal radicale contrasto tra la base nera e gli oggetti bianchi che ospita. Da questa sensazione di qualcosa che sta per accadere dona un singolare dinamismo e vibrazione alle opere che Ricci considera il proprio modo personale per avvicinarsi alla Divinità.

Il risultato è una interpretazione al quanto divergente, ma non per questo eretica della crocifissione. Al contrario, è la confessione più intima dell'artista della propria fede. . Insomma, l'impossibilità fisica della morte nella mente di un vivo , per dirla con Damien Hirst.

Nominato il grande artista britanico, si vuole indicare un collegamento per la frantumazione del corpo e l'argomento cristologico, non solo con la sue arte ma anche quello che può essere un Michael Joo o Cattelan.

Dal punto di vista formale la scelta dei materiali e l'esposizione delle installazioni, pare più appropriato di sculture, avvicina a certe soluzioni dell'Arte Povera e , in specifico, si pensa a Giuseppe Penone e Giovanni Anslemo per quanto riguarda il materiale organico. Per i calchi di gesso si pensa a Giulio Paolini e ancora Penone.

Un arte, quella di Loreno Ricci, che interpreta la religione "a modo suo", prettamente artistico, che migra tra installazione, manifestazione, preghiera e scultura.

Denitza Nedkova

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Denitza Nedkova ci introduce alla mostra 6 per UNO PDF Stampa E-mail

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La presenza di Case Aperte all'Arte Fiera Off 2010 viene segnalata da ben tre eventi ma il più corpose è senz'altro è 6 PER UNO. Una collettiva del giovane agglomerato artistico bolognese Studio 5+1. La scelta di Paolo Insolera è determinata dal singolare elemento che caratterizza questa formazione di giovani artisti e che consiste nell'assoluta simbiosi tra vita e arte. I 5+1 e dunque Walter Mazzarella , Andrea Spano, Luciano Sestito, Leonardo Rinaldi, Nicola Menga ed Ermes Bichi , infatti, condividono lo stesso studio e certi di loro lo trasformano anche in spazio abitativo.

6 PER UNO si presenta come ottima occasione per i sei giovani creativi di raccontare e ricreare questo continuum tra vita ed arte "a sei" affidandoli un spazio espositivo unico, senza nessuna divisione, che loro condividono tramite un sapiente uso delle luci e dei bui che permette di convivere e dialogare mantenendo la propria autonomia espressiva. Un progetto questo, che dimostra la collisione tra le dinamiche centripete della personalità artistica e quelle centrifughe dell'inevitabile contaminazione nell'comune spazio operativo. Studio 5+1 abilmente traduce questo scontro in costruttivo incontro tra energie creative che percepiscono lo spazio come un toto scandito dai toni alti e bassi delle singole presenze artistiche. Si nota, in tal senso, una serie di caratteristiche comuni tra gli artisti che, però, sono solo di carattere strutturale oppure formale senza che siano presenti influenze di carattere stilistico o concettuale.

Leonardo Rinaldi sceglie un formato grande di tela ( tra 1,50 e 2,50 metri) , una delle caratteristiche comuni tra gli sei, e lo approccia con olio e vernice applicando segni ripetitivi e continui che coprono tutto lo spazio pittorico. Il tratto sempre uguale e ossessivo che con la sua forma squadrata fa pensare a una memoria cubista, per la sua ripetizione e policromia conferma una forte influenza del serialismo di origine POP. Individuate le influenze della storia dell'arte, Rinaldi si spinge oltre. La mano dell'artista esegue un movimento meccanico, automatico ma dunque controllato e non casuale come lo vorrebbe l'Action Painting, per arrivare a una saturazione assoluta del colore che lo porta alla sua assenza, meglio, alla sua ogni presenza che è , per l'appunto, il colore nero. Il risultato e duplice: superfici pittoriche di grandi dimensioni, completamente coperte dalla ripetizione di un segno policromo, quale, stratificato al massimo, porta a superfici nere, contenitori fortemente vibranti di tutti i colori. Lo stimolo del colore e quindi la sua radiazione luminosa, che penetra nell'occhio e produce la sensazione di colore, viene messa in discissione ma non in crisi dalle opere di Rinaldi in quanto in esse il colore più luminoso risulta ad essere il colore del buio, il nero.

Similmente a Rinaldi anche Luciano Sestito sceglie il formato grande, ma le sue tele sono stese dall'alto in basso per permettere il libero collare di bitume bianco, olio e catrame (materie che determinano anche la cromia delle opere). Un gesto ripetitivo ma casuale il quale andamento è governato solamente dalla legge della gravitazione. Le colate potrebbero ricollegarsi all'espressionismo astratto degli anni'40 e quindi l'arte gestuale e materica( pensiamo al dripping di Jackson Pollock), al tachisme di Jean Fautrier ma qua più che di enfasi del gesto fisico bisogna parlare di enfasi del gesto mentale. Per Sestito, infatti, il dipingere è un atto di meditazione , un richiamo interiore che induce al fare artistico. Il risultato, come nel casso di Rinaldi, e duplice: da una parte opere create unicamente del libero scorrere delle colate sulla tela; dall'altra parte tele dello stesso carattere con un successivo intervento intenzionale dell'artista. In questo secondo caso una pennellata ripetitiva ed insistente interrompe il corso della sgocciolatura per creare campi di ripetizione dello stesso tratto che l'artista considera elementi di disciplina ed organizzazione nell'opera. Si evince, dunque, che tutte le tele fanno parte di un ragionamento unico che ha la sua conclusione e il suo compiersi in tele monocrome, bianche dove tutto e trascorso, è passato e non rimane niente che l'essenza di ogni materia e colore.

Anche l'arte di Walter Mazzarella è determinata dalla dimensione importante della tela e dal tratto ripetitivo nella tecnica ma, come già menzionato, stilisticamente è molto differente. In queste opere il ritmo della ripetizione non viene creato dalla pennellata, ne dalla colata ma di un elemento estraneo, non artistico, ma riciclato e coinvolto in un'esistenza nuova. Parliamo di quelle che l'artista stesso chiama "tessere" e che non sono altro che strisce di tessuto, di carta, di nailon ricavati da altre tele ma anche da scarti e rifiuti. Pazientemente l'artista costruisce, tassello dopo tassello, un mosaico di memorie, la dove ogni striscia ha un origine diversa e porta con se un passato diverso. Si creano cosi opere scanditi di un colorato ritmo "a strisce" che, più che rumoroso e melodico, in quanto l'intento dell'artista e proprio di dare una traduzione formale metaforica dell'evanescente arte della musica. A livello percettivo, e dunque formale, sono forti i riferimenti all'informale italiano (Burri, Fontana, Vedova), ma per quanto riguarda il recupero di materiali eterogenei si vuole insistere anche su una certa influenza dell'Arte Povera.

Con l'operato di Andrea Spano si riconferma maggiormente il quanto sostenuto fin dall'inizio in merito alle differenze stilistiche tra gli artisti di Studio 5+1. Indubbiamente anche qui si tende verso il formato grande, verso la ripetizione dello stesso elemento, verso l'immagine informale oppure concettuale ma il punto di partenza è radicalmente diverso. "Si parte dalla foto" rammenta Spano. Ma appena interrogato, il mezzo tecnologico viene subito abolito per arrivare pittoricamente ai risultati formali di documentazione della realtà non inferiori a quelli della fotografia. Il passo successivo è l'immediata negazione e superamento di questo che poteva sembrare una mimesi della Fotografia o, meglio, un richiamo all'Iperrealismo. Il concetto stesso di realtà si sfalda. L'artista ritrae un dettaglio, lo ingrandisce, lo rende indefinito a tal punto di astrarlo e dargli connotati informali. La serie di bicchieri di vetro, l'oggetto delle creazioni di Spano, perde il suo ritmo in quanto, persa la sia integrità, scandisce in tono unico ed astratto.

Ermes Bichi utilizza nelle sue tele di formato più sostenuto ( da 40 cm a 1m) mette tutta una serie di tecniche consuete all'Informale in servizio a un'arte formale di connotazioni primitivista. La libertà è per l'artista la prima condizione per esprimersi, e perciò si rivolge, alla ricerca delle originarie fonti ispirative, ai popoli primitivi, nei quali è rimasta intatta la struttura culturale primordiale e per i quali le tecniche esecutive sono rimaste incontaminate dal tecnicismo e dall'artificialità della civiltà moderna. Bichi insiste su questa sostanza, pur cambiando la forma in quanto le sue immagini sono materiche, ottenute con colate e grafiti tanto da renderle a volte inquietanti come ferite sulla superficie pittorica. Un percorso dunque, come quello di Jean Dubuffet, dall'Primitivismo all'Art Brut che produce opere di un impatto percettivo immediato e mai indifferente.

Essenziale, ma non primitiva si presenta l'arte di Nicola Menga. La superficie pittorica è semplice, la carta, oppure inesistente in quanto l'arista esegue il suo percorso creativo tra pittura e installazioni. In tal senso anche i materiali si dividono tra quelli classici, il colore ad olio, e quelli estranei alla pittura, e che possiamo definire object naturel. Entrambe queste espressioni giungono allo stesso risultato: il tentativo di segnalare una presenza leggera, impercepibile ma dominante in ogni cosa. Questa presenza, che sia Dio o Natura o Super Es o qual'atro si vuol chiamare, e raccontata tramite impronte,ombre, bagliori di luce o volata di foglie secche ma in ogni caso segni destinati a svanire. Dunque le opere di Menga trasmettono messaggi di eternità tramite fenomeni fugaci. Lo slogan, l'oggetto acquisito dall'esterno, l'impronta sono tutte caratteristiche che rimandano alla memoria dadaista del redy-made che viene, però, negato proprio perche sostituito dall'oggetto naturale il quale non ha più come artefice l'uomo, ma ne acquisisce il suo di creatore, la natura, per l'appunto.

Denitza Nedkova

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Federica Zepponi, articolo su CaseAperte is ON Arte Fiera OFF PDF Stampa E-mail
 

CaseAperte is ON Arte Fiera OFF

 

E' noto a tutti, l'arte, quella contemporanea specialmente, è dinamica e sempre pronta a nuove evoluzioni, creandosi e ricreandosi in continuazione. Attuale e stringente, quindi, è l'esigenza di rispondere in modo concreto alle continue urgenze espressive che si presentano ogni giorno.

CaseAperte ha proprio questo scopo: valorizzare l'Arte in tutti i suoi settori culturali possibili e trovare nuovi spazi espositivi ideali per giovani artisti emergenti, che possano offrire un'alternativa allettante al giro delle tradizionali gallerie bolognesi.

Nasce nel 2007 dal genio creativo di Paolo Insolera e, dopo quasi tre anni, il progetto non solo si è consolidato, diventando un'appuntamento sempre atteso con entusiasmo dal pubblico bolognese, ma si è progressivamente ampliato mettendo radici anche all'estero.

CaseAperte ama definirsi "un'installazione viva dentro la vita della gente", dove, appunto, il visitatore non osserva semplicemente ciò che i suoi occhi vedono, ma si sente protagonista di questo clamore artistico.

Proprio per la sua insaziabile voglia di cimentarsi in nuovi progetti e ricercare idee innovative, CaseAperte non poteva mancare all'appuntamento di Arte Fiera Off 2010.

Si segnalano tre imperdibili eventi:

 

 

28 Gennaio 2010: CASEAPERTE 13*

 

Dalle ore 18.00 in poi, in via Capo di Lucca 25, la casa Donegani-Caccia aprirà le porte al pubblico, trasformandosi in uno spazio espositivo, pur conservando l'atmosfera familiare, accogliente e intima di un'abitazione.

Mattia Candiotti, Francesco Casolari, Filippo Giunti, Francesca Pasquali, Bruno Pegoretti e Tommaso Raffoni esporranno le loro opere: fotografie, incisioni, video, dipinti ed installazioni. Opere molto diverse fra di loro, ma accomunate dallo stesso obiettivo: stimolare la riflessione su temi quanto mai attuali, come il nostro più profondo essere, la vita, il tempo. Perché CaseAperte è anche questo: pensiero, interazione ed elettricità.

Non solo percezione visiva, però. La serata sarà allietata dagli interventi musicali live del Maestro Simone Faraci.

La mostra darà anche l'opportunità di poter visionare, per la prima volta a Bologna, una nuovissima linea di gioielli d'arte, "Arte Impasta - Tutta Farina del mio Sacco" (idea di Maurizio Bedin e Dolly Calebotta), che ha come protagonista assoluta la pasta, simbolo per eccellenza della tradizione italiana. Lo si può definire un cibo per l'anima: gli occhi si sazieranno con farfalle, conchiglioni, spaghetti, orecchiette in foglia d'oro e in foglia d'argento, oppure colorati con smalti pregiati o, ancora, imprigionati nella resina.

Sarà possibile visitare la mostra anche nei giorni 29, 30 e 31 Gennaio, previo appuntamento con la direzione di CaseAperte.

 

 

29 Gennaio 2010: SEI PER UNO

 

La location è decisamente particolare, uno spazio di oltre 400 mq, con un'enorme vetrata che lo costeggia e lo proietta sulla trafficata via Zanardi, ma ancora di più lo sono i protagonisti, i sei giovani artisti dello Studio 5+1.

La loro caratteristica è quella di condividere lo stesso studio, che alcuni di loro adibiscono anche ad abitazione e l'intento della mostra è proprio quello di ricreare questo connubio arte-vita. Walter Mazzarella, Andrea Spano, Luciano Sestito, Leonardo Rinaldi, Nicola Menga ed Ermes Bichi, infatti, creeranno una suggestiva divisione dello spazio grazie ad un uso sapiente delle luci e dei bui, dando vita a un dialogo inteso che possa fungere da costruttivo incontro tra le loro energie creative, ma che, allo stesso tempo, non pregiudichi l'autonomia espressiva degli artisti. Si possono cogliere caratteristiche comuni (quale, ad esempio, la scelta di tele di grande formato), ma gli stili propri degli artisti non subiscono alcuna influenza.

L'appuntamento è in via Bovi Capeggi 2, dalle ore 17.00. La mostra aperta anche i giorni 30 e 31 gennaio, dalle ore 15.00 alle ore 19.00.

 

 

30 Gennaio 2010: JESUS CHRIST "I CRUCIFY"

 

Dopo due mostre collettive, la CA* Gallery - Contemporary Art, la galleria di CaseAperte in via Boldrini 12/c, ospita la personale dello scultore bolognese Loreno Ricci.

Già dal titolo della mostra si intuisce l'intento dell'artista di rendere più vicino qualcosa di inarrivabile. Le opere sono sculture, note come crocefissi, e testimoniano la sua volontà di rivisitare, in modo del tutto libero e personale, il concetto di divinità.

Croci di legno sulle quali vengono installati calchi in gesso di parti umane, ma presenti anche nel corpo di Cristo: il petto, le mani, gli organi genitali e i piedi.

La tensione è forte e potente, alimentata anche dalla contrapposizione dei colori: il nero del legno, che ci riporta a immagini di sofferenza e di morte, e il bianco del gesso, il colore della purezza per eccellenza.

La mostra inaugura alle ore 17.00 e sarà possibile visitarla anche il 31 Gennaio, dalle ore 11.00 alle ore 21.00, orario continuato, e per tutto il mese di Febbraio, previo appuntamento con la direzione di CaseAperte.

 

Federica Zepponi

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